30/06/10

Magic Waters VI

Rivelazioni

Magic Waters 6 Robi DEF

Continuarono a leggere e commentare le scoperte che uscivano copiose da quel vecchio manoscritto. A quanto affermavano gli antichissimi documenti, Camelot era il nome di un'isola prospiciente il tratto di costa in cui si trovava il castello. Il fatto che, affacciandosi alle molte finestre che davano sull'oceano, non si notasse traccia di terra sorgente dalle acque, né la sua presenza fosse segnata in alcuna mappa, lasciava supporre che quell'isola fosse sprofondata negli abissi in ere precolombiane, magari a causa di qualche maremoto, oppure un movimento della tettonica, particolarmente instabile lungo tutta la costiera ovest dell'America. Sempre che la storia narrata nel libro non fosse frutto di fantasia. Il particolare misterioso era che ai tempi della compilazione di quel manoscritto che ne descriveva precisamente i luoghi, l'America non era ancora stata scoperta, e la leggenda di Camelot è notoriamente un mito del Vecchio Mondo.

- Accidenti, è tardissimo! - esclamò improvvisamente Kim, guardando la pendola posta al lato della porta, le cui lancette avevano abbondantemente superato l'ora di pranzo – Siamo rimasti qui dentro per ore. Don Melville ci starà cercando...

- Hai ragione. Dobbiamo andare. Ma qui dentro ci tornerò spesso finché rimarremo qui...

Ripercorsero il corridoio verso il salone, dove trovarono il padrone di casa, comodamente seduto su una poltrona, che leggeva il giornale.

- Salve, miei giovani amici - li salutò col suo consueto sorriso cordiale - Temevo vi foste persi. Questo castello è un labirinto.

Max si grattò la testa – Ci scusi... in effetti qualcosa abbiamo perso, la cognizione del tempo! Abbiamo trovato quella magnifica biblioteca e...

- Capisco – lo interruppe Don Melville – un luogo del genere è una preda troppo ghiotta per uno studioso come lei. E' una delle biblioteche private più antiche del Mondo. Ci sono volumi raccolti nei secoli e custoditi dalla mia famiglia, che come avrete capito proviene dalla Spagna. A dire il vero, penso di averne letta solo una minima parte, di quei libri, il che è alquanto sconveniente, visti gli anni che ho trascorso in questo castello... la consideri a sua completa disposizione, mio giovane amico, forse ne saprà fare, in questi pochi giorni, miglior uso di quanto abbia fatto io.

- Ho trovato un antico manoscritto molto interessante... parla di Camelot, ma non quella di Re Artù. C'è scritto che Camelot era un'isola, e un'isola che si trovava proprio da queste parti...

Don Melville lo fissò incuriosito – Camelot? Interessante. Non ho letto quel manoscritto, ma come le dicevo, la biblioteca è sicuramente piena di informazioni che uno studioso come lei potrà mettere a frutto.

Continuarono a conversare per qualche minuto, poi si diressero in sala da pranzo, per consumare l'abbondante pasto che il Don aveva già predisposto per loro.

Una volta terminato, Max espresse la volontà di tornare a studiare i volumi della biblioteca. Kim, che era ancora provata dall'avventura con l'uragano del giorno precedente, preferì rimanere nel salone, a riposare davanti all'accogliente fuoco che danzava come sempre nel camino. Don Melville si congedò, tornando alle sue occupazioni quotidiane.

La ragazza, non appena rimase sola, si distese sul divano, stiracchiandosi pigramente. Il tepore del fuoco la induceva a rilassare corpo e mente, e prima che se ne accorgesse, cadde in un sonno profondo.


Camminava a piedi nudi lungo un corridoio del castello, fiocamente illuminato da torce poste a intervalli regolari sulle pareti. Fra di esse erano appesi quadri che ritraevano personaggi di diverse epoche, dall'aria importante, apparentemente nobili, se non addirittura re, almeno a giudicare dai paramenti che indossavano e gli accessori: gioielli, diademi, corone, spade... la cosa che la colpiva era la somiglianza fra tutti quei volti, come se appartenessero ad una stessa linea di sangue. Inoltre le parevano stranamente familiari. Finché capì perché: l'ultimo ritratto, il cui soggetto apparteneva al presente, era Max!

Un rumore improvviso alle sue spalle la scosse, qualcosa di metallico che si muoveva sul pavimento. Si voltò lentamente, col cuore che batteva impazzito, e i capelli che le si rizzavano alla base della nuca. Era pronta a qualunque cosa, ma non alla visione che le si presentò davanti agli occhi: un uomo in armatura, col viso celato dalla pesante visiera, scintillante di bagliori rossastri alla luce delle torce, che impugnava un'enorme spada, si stava avvicinando a lei.

Kim provò ad urlare, ma nessun suono le uscì dalle labbra. La sinistra apparizione si fermò, fronteggiandola. Lentamente sollevò la spada, puntandola contro di lei. Era a pochi centimetri dal suo volto, la ragazza riusciva quasi a percepirne il filo tagliente e gelido. Non poteva muoversi, e già sentiva quella lama lacerarle carne e muscoli. Ma la spada non si spostava.

Poi, con un movimento lento, ma costante, l'uomo in armatura girò il braccio, allontanando la punta della spada dal viso di Kim, dirigendola verso un corridoio alla destra di lei. Pareva volesse indicare qualcosa, e la ragazza si voltò in quella direzione, finché...


- Kim! Kim! Dove sei?

Max era entrato nel salone scendendo dalla scala a destra, e la vista del divano era coperta dal grande tavolo posto al centro della stanza.

Quando ebbe mosso pochi passi, notò una testa che spuntava tentennante da dietro la spalliera. Era Kim, che lo fissava con uno sguardo stordito e sorpreso, gli occhi semichiusi.

- Stavi dormendo? Accidenti, mi dispiace averti svegliata...

- Non fa niente... facevo un sogno stranissimo... non ricordo bene i particolari, ma mi pare ci fossi anche tu...

Max sorrise, mettendosi a sedere sul bracciolo del divano – Mi hai sognato? Spero di essermi comportato bene. Anch'io credo di averti sognata stanotte...

- Quale onore! - disse la ragazza ridacchiando - E nel tuo sogno ti sei comportato bene?

Max alzò le spalle, con un'espressione volutamente minimizzante – Insomma... comunque ti cercavo per dirti delle mie ultime sconvolgenti scoperte – continuò con tono enfatico - Ho finito di leggere quel manoscritto e... a quanto pare si tratta proprio di quella Camelot. Cioè, il Regno di Camelot, quello che poi sarebbe stato di Artù, iniziò proprio su quell'isola... qui in Messico... di più! Sembra che sia sempre rimasto qui.

- Quindi il mitico Re Artù invece della corona portava il sombrero? - commentò Kim con una risata.

25/06/10

Magic Waters V

Magic waters 5 Robi

Visita con sorpresa

Nuotava seguendo la calda corrente sottomarina già da diversi minuti, assaporando l'ossigeno che le entrava in forma liquida nei polmoni. Stava bene, si sentiva libera, un senso di completo abbandono come mai aveva provato in vita sua. Branchi di piccoli pesci argentati le danzavano intorno, quasi a salutarla. Nessun suono disturbava quella pace assoluta, nessun suono... tranne...

Driiin! Driiin! Driiin!

Kim allungò la mano, e spense la sveglia che fastidiosamente l'aveva riportata alla realtà. Aprì gli occhi e con fatica cercò di mettere a fuoco la scena. Era ancora immersa in quel sogno così realistico, che desiderò per un attimo essere davvero una creatura del mare. La stanza era al buio. Guardò il display luminoso: le 8.30. Come poteva essere ancora notte?

Si alzò stiracchiandosi e andò alla finestra, scostando le tende. Fuori era se possibile ancora più cupo che nella stanza. Il cielo coperto da neri nuvoloni, una pioggia scrosciante che non permetteva di vedere oltre pochi metri. La tempesta continuava.

Uscendo dalla camera, dopo essersi preparata per proseguire il viaggio, incrociò nel corridoio il giovane archeologo. Anche lui vestito di tutto punto per la partenza, e con l'aria di chi si è appena svegliato. Max le lanciò un'occhiata particolarmente attenta, dandole il buongiorno.

Scendendo lo scalone videro Don Melville che li stava aspettando, a braccia conserte e lisciandosi il pizzetto bianco.

- Buongiorno, miei giovani amici. Vedo che siete pronti, ma temo non andrete da nessuna parte.

I due ragazzi si fermarono sulla scala, con un'espressione interrogativa in viso.

- La tempesta – continuò l'uomo – andrà avanti così per diversi giorni. L'ha detto la radio. E per di più la pioggia che non cessa da ieri ha reso inagibili tutte le strade. Credo dovrete sopportare la mia ospitalità ancora per qualche tempo – concluse sorridendo.

Max riprese a scendere, seguito da Kim – Accidenti! Questo non ci voleva, rovina la mia tabella di marcia!

- E la mia vacanza – aggiunse la ragazza, con un gesto infastidito – Ma per quanto andrà avanti di preciso?

Don Melville alzò le spalle – Almeno un paio di settimane, così hanno detto i notiziari. Sarà comunque mia cura rendere la vostra permanenza la più confortevole possibile. Vi ho già preparato la colazione. Dopo, se volete, potrete visitare il castello, è un posto molto interessante, pieno di angoli affascinanti. Vi lascio da soli, miei giovani amici, devo sbrigare delle faccende. Considerate la mia casa come vostra.

E con un saluto cordiale, si girò e sparì in uno di quegli angoli che aveva appena descritto.


La colazione era stata abbondante e gustosa, riuscendo in parte a lenire la frustrazione per la forzata, se pur interessante, permanenza nel castello.

Kim e Max stavano camminando lungo i corridoi, commentando la situazione che li vedeva compagni d'avventura, e raccontandosi particolari più accurati delle loro vite, per conoscersi meglio. Sembravano a loro agio insieme, e il feeling cresceva istante dopo istante, legandoli in qualche modo l'uno all'altra.

Imboccarono un corridoio a sinistra, che terminava di fronte a una porta massiccia in legno brunito.

- Secondo te cosa c'è lì dietro? - chiese Kim, ridendo e indicando le pesanti ante scure.

- Una stanza delle torture – rispose l'archeologo, con un ghigno satanico.

- No – disse Kim, tornando seria – Questo castello ha solo buone vibrazioni... impossibile vi sia qualcosa che ha a che fare con morte, dolore, violenza...

- Max le cinse le spalle con un braccio – Ma io scherzavo, infatti... andiamo a vedere, a questo punto sono curioso.

Avanzarono verso la porta e l'aprirono. Le ante si mossero quasi da sole, lasciando allo sguardo ammirato dei giovani la più grande biblioteca privata avessero mai visto. Una sala di circa cento metri quadrati interamente occupata da scaffali stracolmi di volumi, alti fino ai cinque metri di soffitto.

- Accidenti... - mormorò Max, muovendo i primi, emozionati passi nella sala – quanti libri ci saranno qui dentro?

- Non ne ho idea... – disse Kim sottovoce – ma questa stanza da sola potrebbe essere quotata in borsa! Quei libri sembrano tutti molto antichi e di valore...

- Max si aggirava per la stanza, fissando le file di libri, studiandone i titoli, sfiorando le rilegature preziose con la punta delle dita – Si, infatti... guarda qui! - esclamò, fermandosi e afferrando un volume sottile ma di grandi dimensioni.

Iniziò a sfogliarlo con trepidazione, mentre sul suo volto le espressioni si susseguivano a ritmo concitato – Non è possibile! Questo manoscritto risale ai primi secoli dopo Cristo... è in latino, una strana forma di latino, quasi anglicizzato... mai letto niente di simile...

Kim seguiva affascinata i movimenti del compagno, cercando di decifrare quelli che per lei erano solo strani segni sbiaditi, vergati a mano su vecchi fogli ingialliti dal tempo.

- Da quel poco che ci capisco – continuava Max, leggendo il manoscritto – mi pare racconti la storia di un'isola... un'isola nel Pacifico. Ecco, qui ne dice il nome – esclamò improvvisamente, puntando il dito su una riga – e... il nome è... Camelot!

I due giovani si fissarono per lunghi istanti, mentre il silenzio nella biblioteca sembrava avvolgerli in uno spesso manto.

20/06/10

Magic Waters IV

Magic Waters 4 Robi

Fuochi soffusi

- Accidenti! E ora?

- E' andata via la luce... dev'essere stato quel fulmine – commentò Kim, guardando verso la finestra – anche la strada non è illuminata, i lampioncini nel cortile sono tutti spenti... probabilmente c'è un danno alla linea elettrica di tutta la zona, forse un sovraccarico.

- Speriamo che il black-out non duri tanto... - disse Max, fissando anche lui il rettangolo scuro della finestra. Le fiamme guizzanti nel camino pennellavano di riflessi ambrati il viso del giovane.

Kim lo ammirava quasi ipnotizzata dalla suggestione di quell'atmosfera particolare - Meno male che il fuoco non è soggetto a interruzioni di corrente – disse infine sorridendo, e volgendo lo sguardo verso il camino – altrimenti non riusciremmo nemmeno a vederci...

- E sarebbe proprio un peccato – aggiunse l'archeologo, scrutando ancora una volta la figura slanciata ed elegante della sua interlocutrice.

Kim glissò su quel commento, facendo finta di non averlo sentito. Si tirò indietro col busto, appoggiando le mani sul tappeto dove si erano comodamente sistemati dopo l'uscita di Don Melville. La luce calda danzava sul suo corpo, mettendone in risalto le forme, sotto lo sguardo ammirato e indagatore di Max.

- Sembrerà un luogo comune in questi casi, ma... io sono sicuro di averti già vista da qualche parte.

Kim lo fissò sorpresa – Stavo pensando anch'io la stessa cosa! Sarà questa luce soffusa, ma il tuo volto non mi è nuovo. Sei mai stato a San Francisco?

- No, mai – rispose il giovane archeologo, armeggiando con l'attizzatoio sui ciocchi scoppiettanti per ravvivare il fuoco – in California sono stato solo a Los Angeles, e fra l'altro proprio recentemente, per una tappa di riposo dopo aver compiuto ricerche in Arizona, e prima di scendere quaggiù in Messico... sono rimasto per tutto l'ultimo week-end, c'era un locale a Glendale dove si mangiava benissimo!

- L'Ocean Pie! - esclamò Kim strabuzzando gli occhi – Ecco dove ti ho visto! Eri quel tipo che occupava sempre il tavolo d'angolo vicino al juke-box, con un librone davanti e lo sguardo concentrato...

Max spalancò a sua volta gli occhi, mentre un sorriso divertito gli illuminava il volto – E tu eri quella ragazza che stava sempre al bancone a parlare coi proprietari. Impossibile non notarti.

La vivace luce del camino nascose il rossore che colorò le guance di Kim a quel complimento – Impossibile non notarmi? Mica avevo un mantello rosso come Supergirl e i sonaglini alle caviglie! - esclamò con un risolino imbarazzato – Il proprietario dell'Ocean Pie è il marito di mia cugina, e mi sono fermata una settimana presso di loro scendendo da Frisco - aggiunse subito dopo, anche per cambiare discorso.

- Il tuo è un viaggio di piacere? Oppure sei venuta in Messico per lavoro? Stasera hai accennato a qualcosa che ha a che fare con la salvaguardia dell'oceano e le specie marine, giusto?

- Sono in vacanza – rispose Kim – ma comunque si, lavoro per un'organizzazione che si occupa proprio di quelle cose... la Star-Shaped Seashell...

- La conosco! - la interruppe l'archeologo – Anzi, ho anche collaborato con voi in un paio di occasioni... più che io, il mio Dipartimento, per essere precisi. Il capo è sempre Gracelyn Greene?

Kim sorrise – Si. E proprio lei mi ha praticamente costretta a prendermi un mese di vacanza, dopo che abbiamo risolto un caso particolarmente impegnativo al largo delle coste australiane.

- Interessante... deve essere un lavoro molto difficile, ma che dà soddisfazioni...

- Non sai quanto... entrambe le cose – rispose lei, allungando le braccia sopra la testa e stiracchiandosi, mentre sbadigliava. Quel movimento sollevò il seno, premendolo contro la stoffa leggera del vestito, e mettendone in risalto la forma perfetta, che non sfuggì all'attenzione del maschio dimorante dentro l'archeologo.

- Sei stanca? Andiamo a letto? - le chiese.

- In effetti, si, è stata una giornata pesante, una bella dormita è quello che ci vuole – rispose Kim, con un altro sbadiglio – per quanto piacevole sarebbe rimanere a conversare con te – aggiunse con un timido sorriso.

Max si alzò in piedi, porgendole la mano – Prego, Milady.

- Grazie Milord – disse lei, ridendo e prendendo quella mano – vedo che le care buone maniere del vecchio Continente non sono state rimosse da anni di convivenza con noi selvaggi del Nuovo Mondo!

- Buon sangue non mente! - rispose lui, accompagnandola mano nella mano fuori dalla sala, e dirigendosi verso lo scalone che portava alle camere.

15/06/10

Magic Waters III

Magic Waters 3 Robi

La prima sera

- Ci sarà qualcosa della mia taglia... e non confezionato nel Diciassettesimo secolo, qui dentro? - si chiese Kim, mentre apriva le porte della cabina, anzi stanza armadio, posta sulla parete nord della camera.

Con sollievo scoprì che i capi di abbigliamento conservati lì dentro, non solo erano attuali e di gran classe, ma provandone alcuni, le calzavano a pennello.

Dopo un'accurata scelta, e rimirandosi più volte nello specchio, scelse un abitino nero al ginocchio, con le maniche lunghe. Elegante e seducente, in quanto la già generosa scollatura era messa ancor più in risalto da laccetti legati sotto al seno. Completava l'abbigliamento un paio di sandali in tinta, col tacco non molto alto e cinghie strette intorno alla caviglia, decorati con strasse.

Scendendo lungo la scala che portava al salone d'ingresso, notò con una punta di compiacimento lo sguardo ammirato che Max le lanciò, interrompendo per un attimo la conversazione in atto con Don Melville. I due uomini la stavano aspettando, e una volta giunta in fondo allo scalone, il padrone di casa fece loro strada verso la sala da pranzo.


- Atlantide mi ha sempre affascinato, fin da quando ero piccolo. Ho scelto di fare l'archeologo praticamente per ritrovarne i resti – Max, come sempre, quando parlava della sua passione principale, usava un tono eccitato ed entusiasta.

- Ma Atlantide non è una leggenda? - lo interruppe Kim – Io lavoro per un'organizzazione che studia mari e oceani in tutto il mondo, eppure non abbiamo mai rilevato tracce e testimonianze della sua esistenza.

Don Melville seguiva con interesse la conversazione fra i due giovani, intervenendo di tanto in tanto per domandare se le portate fossero di loro gusto, e l'ospitalità del castello di loro gradimento. Gli ospiti lo rassicuravano, dichiarando ripetutamente come nemmeno in un Grand Hotel potessero desiderare un trattamento migliore.

- Chi cerca trova – affermò Max – Sicuramente voi siete più concentrati nel salvare specie marine a rischio, e i mari dall'inquinamento, che a cercare reperti archeologici sommersi.

- Che cosa l'ha portata in Messico, mio giovane amico? - chiese Don Melville, con un tono che poteva sembrare indagatorio, ma che i due ospiti non notarono.

- Sto seguendo le indicazioni di certi documenti di cui la mia Università è venuta in possesso.

- Ma come? - esclamò Kim, interessata - Atlantide sarebbe sprofondata nell'Oceano Pacifico, quindi? Non era quello Atlantico, visto anche il nome?

Don Melville concentrò ancora di più la sua attenzione sulla risposta che Max avrebbe dato.

- Il mito la pone nell'Atlantico, infatti – spiegò il giovane archeologo – ma anni di studi, e una notevole quantità di documenti che ho raccolto parrebbero non suffragare questa ipotesi. D'altra parte c'è anche chi teorizza il Continente Scomparso sia sotto le sabbie del Sahara, avete letto il romanzo, no? Gli studi più recenti hanno portato a escludere le altre ipotesi, e le mie ricerche personali lasciano supporre Atlantide sia da qualche parte nell'Oceano Pacifico, in un'area prossima a Baja California.

- Interessante... – commentò Kim, aggiustandosi una ciocca di capelli che le era scivolata sulla fronte. Max seguì quel movimento con uno sguardo affascinato. Quella ragazza aveva un non so che di misteriosamente sensuale. Una sorta di magnetismo che riusciva ad alzargli il livello di testosterone anche solo con un gesto della mano come quello appena compiuto.

- Scusatemi, miei giovani ospiti – disse Don Melville sorridendo, e alzandosi – vi lascio alle vostre conversazioni. Rimanete pure quanto volete, il camino vi terrà compagnia restando acceso tutta la notte. Io sento il bisogno di ritirarmi, purtroppo l'età ha le sue esigenze - concluse sorridendo, e accarezzando la barba candida, per rafforzare la sua affermazione.

Max e Kim si alzarono a loro volta, salutando il padrone di casa e dandogli la buonanotte.

- E ora dimmi qualcosa di te... - fu l'ultima frase che Don Melville udì pronunciata da Max, mentre usciva dalla sala.


La luce ambrata di una lampada illuminava debolmente lo scrittoio della camera da letto del distinto signore messicano. Don Melville, già in abbigliamento da notte, con un'elegante vestaglia di seta, era chino su un lato del mobile, e armeggiava con una serratura nascosta sotto il piano. Aprì uno scomparto segreto, e ne estrasse un piccolo libro rilegato in cuoio dall'aspetto antico. Poggiatolo sullo scrittoio, lo aprì ad una pagina indicata da un segnalibro d'argento, circa a metà del volume.

- Arcani sentieri tra Vie d'Uragano,

percorsi da Naviganti in Mari diversi,

si uniscono nella Strada del Re,

tra fiumi di scintille dorate

alla ricerca del Ritorno del Tempo... - mormorava il Don rileggendo il testo che studiava attentamente. Sollevò lo sguardo, seguendo una scia di pensieri – Che siano...

La frase fu interrotta a metà dall'intenso bagliore improvviso di un fulmine, a cui seguì il buio totale.

31/05/10

Magic Waters II

Magic Waters 2 RobiSamy

Sorpresi dalla tempesta

La pioggia battente, che aumentava sempre di più, rendeva quasi impossibile la visione della strada oltre il parabrezza. Il cielo era così scuro che sembrava notte, nonostante fossero appena passate le sei del pomeriggio.

Kim accostò la macchina al bordo della strada, e fermò il motore. Accese la radio, per avere un sottofondo musicale con cui attendere la fine della tempesta che, considerando l'intensità e la stagione, non pensava sarebbe durata a lungo. Il notiziario delle 6,30 la disilluse in tal senso: quella perturbazione eccezionale per quei luoghi era un ciclone proveniente da Est, che avrebbe stazionato almeno per tutta la notte.

La ragazza si lasciò sfuggire un'imprecazione. Con quelle condizioni non poteva raggiungere l'albergo ancora distante un paio di centinaia di miglia. Era già rassegnata a passare la notte in macchina al freddo e senza cibo, quando un lampo squarciò il buio, facendole sollevare istintivamente lo sguardo, in attesa del tuono, e lasciandole intravedere per un attimo una sagoma scura e imponente, a circa 50 metri sulla sinistra, che sembrava sorgere dal mare.

- E quello da dove spunta? - esclamò ad alta voce Kim. Anche se l'aveva visto solo per un istante, era certa fosse un edificio, probabilmente un palazzo, o una grande villa, a giudicare dalle dimensioni.

Qualunque cosa sia, è la mia salvezza! Sempre che chi ci abiti sia gente ospitale con gli stranieri sorpresi dalla tempesta!”

Accese il motore e, con estrema prudenza, procedendo a passo d'uomo, diresse la macchina verso il punto dove aveva visto l'edificio.

Un altro fulmine, quasi provvidenziale, le mostrò una rampa d'uscita che collegava la highway con la stradina d'accesso al palazzo.

Aveva imboccato quella strada da pochi secondi, quando si accorse dei fari di un'altra auto che la precedevano di pochi metri sul vialetto.

Seguendo quei fari, arrivò in prossimità del mare, imboccando un pontile che delimitava la fine della stradina, e l'inizio di una proprietà privata. Entrambe le macchine si fermarono in un piazzale ai piedi dell'edificio, dove sostava solo un altro veicolo.

Kim scese dall'auto, e corse sotto la pioggia verso l'ingresso, seguita dalla figura dell'altro guidatore.

- Mi scusi – disse, rivolta all'uomo che accorreva dietro di lei, una volta riparatasi sotto la pensilina del portone – non sapevo dove andare con questa tempesta! Ho sentito alla radio che durerà tutta la notte. Non mi sentivo sicura in macchina, spero possiate ospitarmi...

- Lo spero anch'io! Ho pensato esattamente le stesse cose quando sono stato sorpreso dal ciclone.

- Credevo lei fosse il padrone di casa, mi scusi! - disse Kim al giovane compagno di sventura, ridendo un po' imbarazzata.

- Magari! Ha visto? - rispose l'uomo, ridendo a sua volta, con lo sguardo sollevato in alto verso l'edificio – Altro che casa! Questo è un castello... e anche bello grande.

Kim si sporse oltre la pensilina per guardare, mentre lui suonava il campanello posto a lato del portone. Era davvero un castello, e sembrava antico, da quel poco che riusciva a scorgere sotto la pioggia battente. Sorgeva sul mare costruito su un isolotto roccioso a parecchi metri dalla costa.

- Buonasera – una voce alle sue spalle la riscosse.

Aprendo la massiccia porta, un uomo sulla sessantina, alto e distinto, accolse i due ospiti con un sorriso di benvenuto quasi impercettibile sotto la folta e curata barba canuta. Aveva uno sguardo intelligente e vivo, la linea arcuata delle sopracciglia esaltava la fuga della fronte stempiata, creando quasi un contrasto con l'abbondanza di peluria nel resto del viso.

- Ci siamo trovati improvvisamente nel pieno di questo ciclone infernale! - disse il giovane – E' da matti pensare di proseguire finché non passa. Ci chiedevamo se fosse possibile avere ospitalità per la notte... anche pagando.

- Non dica sciocchezze, giovanotto - esclamò l'uomo, con un espressione di rimprovero così caricata che non lasciava dubbi sulla sua natura ironica - 'La mia casa è la tua casa', come diciamo da queste parti, soprattutto con un tempo del genere! Mi aspettavo qualcuno arrivasse dall'autostrada. Con tifoni del genere succede sempre che qualche viaggiatore sia costretto a fermarsi qui, è l'unico posto abitato nel raggio di settanta miglia. Ho già preparato delle stanze. Qui c'è spazio per un esercito, entrate pure.

- La ringrazio infinitamente signore. Io mi chiamo Maximilian King... Max! - disse il giovane porgendo la mano prima a Kim, poi al padrone di casa.

- Kim Hateley - rispose la ragazza.

- Molto piacere – concluse la presentazione l'uomo – Chiamatemi pure Don Melville, miei giovani amici. Sono il tutore affidatario del castello.

L'interno dell'antico palazzo era affascinante: elegante e moderno negli arredi, mantenendo l'atmosfera dei tempi passati nella struttura, nei molti oggetti e quadri che completavano le sale.

Don Melville li accompagnò al piano superiore, indicando loro le stanze dove avrebbero passato la notte.

- Rimettetevi in sesto con comodo. Io intanto vado a preparare una bella cena calda – disse congedandosi con un sorriso.

Rimasti soli, Max e Kim si guardavano intorno, scambiandosi occhiate e commentando quell'accoglienza così calorosa. Erano stati proprio fortunati a capitare in quel posto. Max non riusciva a impedirsi di lanciare ogni tanto uno sguardo alle forme perfette ed eleganti del seno di Kim, esaltato dalla maglietta verde chiaro, bagnata e semitrasparente, che aderiva al corpo. I capelli, lunghi e zuppi, scendevano in ciocche imprigionate dalla pioggia, che le ondulava fino al petto, rendendola ancora più affascinante.

Un'occhiata di lei, e il gesto di sollevare le braccia, incrociandole sul seno, lo costrinsero a sollevare lo sguardo, con un po' d'imbarazzo, e a darsi appuntamento per cena, dopo una bella doccia e un cambio d'abiti.

24/05/10

Magic Waters I

Magic Waters Capitolo 1 Robi

I.
Baja California

Kim aggrottò la fronte quando, guardando in lontananza, si accorse di quei nuvoloni grigi e densi che scurivano il cielo limpido a sud-est, sopra il Golfo della California.

Non lasciavano presagire nulla di buono, e la ragazza, sorseggiando un goccio di caffè mentre usciva dalla stazione di servizio, sperò che quando sarebbe giunta a quel tratto di strada, la tempesta fosse già passata.

Rimettendosi al volante, ripercorse mentalmente le tappe del viaggio già superate; era partita da San Francisco una settimana prima. Grace, il suo Capo, ma soprattutto la sua migliore amica, dopo un'operazione conclusa brillantemente, le aveva concesso un mese di ferie, convincendola a visitare i luoghi che la legavano alle sue origini. Kim Hateley, che alla Star-shaped Seashell org. ricopriva la carica di capo analista per la raccolta dati sulle specie in via d'estinzione nel Pacifico, era riuscita ad ottenere un cospicuo finanziamento per la creazione di un parco marino protetto, poco oltre le acque territoriali americane. Quella vacanza era il premio per l'ottimo lavoro svolto.

Aveva avuto il tempo di fermarsi qualche giorno a Los Angeles, da sua cugina Beth, che non vedeva da quando, sposandosi, si era trasferita laggiù. Insieme a Joe, suo marito, gestiva uno dei più noti diner della costa.

- Ti invidio – le aveva confessato Beth – io non sono mai scesa oltre Ensenada. Piacerebbe anche a me, un giorno, vedere i luoghi da cui proviene la nostra famiglia – aggiunse, facendo oscillare il ciondolo che aveva al collo.

Anche Kim ne possedeva uno uguale: una piccola pietra levigata, raccolta sulla spiaggia chissà quanti decenni prima – forse addirittura secoli – da quegli emigranti che avevano lasciato Baja California diretti a Nord, dai quali discendeva. La pietra era stata inserita in un anello d'oro il giorno in cui Kim aveva compiuto ventun'anni, diventando, secondo le tradizioni della sua antica famiglia, proprietaria legittima di quei monili, che passavano di generazione in generazione in linea diretta ai primogeniti di ognuno dei ceppi principali.

Dopo Los Angeles, varcato il confine con il Messico, si era fermata solo una notte a San Felipe, decisa a raggiungere il prima possibile la meta del suo viaggio: il villaggio sul Golfo della California da cui erano partiti i suoi antenati.

Mancavano ormai poche centinaia di miglia, e una tempesta – pensò, tornando a fissare quelle nuvole scure che si addensavano sempre di più – minacciava di rallentare la sua tabella di marcia.

Senza lasciarsi scoraggiare, imboccò di nuovo la highway costiera, diretta a Sud.


Proprio quella canzone in quel momento! Max fissò l'autoradio che spandeva nell'abitacolo le note di Atlantis di Donovan.

Le ricerche a Baja California Sur finora non avevano prodotto risultati, e i fondi messi a sua disposizione dal Dipartimento di Archeologia dell'Università di Memphis si stavano pericolosamente assottigliando.

L'improvvisa comparsa dall'etere della voce del suo compatriota lo aveva però messo di buon umore: gli sembrava quasi un segno, come se qualcuno lo incitasse a proseguire nel lavoro.

La passione di Maximilian King per Atlantide risaliva agli anni del liceo, quando ancora viveva a Liverpool. Una volta laureatosi e ottenuta una borsa di studio negli Stati Uniti, era diventata la missione della sua vita. Si era trasferito definitivamente in America, e aveva iniziato a raccogliere e catalogare documenti e reperti, con lo scopo di identificare il luogo dove la mitica città sommersa riposava protetta dalle acque.

Nel corso di recenti ricerche, si era imbattuto in un diario risalente al secolo XIX, redatto da un archeologo la cui memoria era svanita coi decenni, ma le cui intuizioni parvero da subito a Max molto interessanti – e in diversi punti simili a quelle a cui era giunto lui.

L'archeologo ottocentesco aveva svolto scavi a Baja California, in più luoghi lungo la penisola, e ora Max li stava ripercorrendo in cerca di maggiori chiarimenti. Finora aveva coperto tutti quelli di Baja California Sur, senza risultati degni di nota, e si stava spostando a Nord sperando che la sorte volgesse in suo favore.

Aveva da poco passato Miramar quando Donovan iniziò a cantare dall'autoradio, e contemporaneamente un sordo boato dal cielo lo scosse dai suoi pensieri.

- Una tempesta! Proprio quello che ci voleva! Non è che mi stai portando sfiga, Donovan?

Fermò la macchina ai bordi della highway, fissando oltre il parabrezza il massiccio muro di nuvole nere attraversato da scariche elettriche, nel cielo poco distante dal punto in cui si trovava.

I temporali da quelle parti erano molto violenti ma non duravano a lungo, lo sapeva, quindi decise di proseguire il viaggio verso Nord, mentre la furia degli elementi si sfogava, lasciando tornare infine il sereno.

21/05/10

Magic Waters - Prologo

prologo MW

Prologo

Il Sole si affacciò per la prima volta, dopo una notte di riposo, sfavillante sulla sabbia della Spiaggia Bianca.

Gabe aprì gli occhi, e riscuotendosi, volse la testa per assicurarsi che non fosse stato solo un sogno. Grace era ancora lì, e lì sarebbe rimasta per sempre, al suo fianco.

Sorridendo l'Angelo rimase alcuni istanti a fissare la sua Ondina dalla pelle chiarissima, ancora immersa nel sonno. Le labbra erano piegate in un sorriso sereno, e Gabe si sentì pieno di una tenerezza infinita.

Poi Grace si scosse, risvegliandosi. Lo guardò con occhi semichiusi. Probabilmente anche lei si stava chiedendo se tutto quello fosse davvero reale.

- Buongiorno amore... - mormorò, con la sua armoniosa voce d'argento.

- Buongiorno piccola - rispose l'Arcangelo, accarezzandole i capelli scompigliati dalla notte.

Si abbracciarono rimanendo distesi sulla sabbia che aveva protetto i loro sogni, ai piedi del divano rosso.

- Che pace... - disse Gabriel - ...non sembra vero, dopo tutto quello che abbiamo passato...

- Si - confermò Gracelyn - vorrei durasse abbastanza da poter rimanere qui, in questo Paradiso, solo con te...

Gabe la baciò dolcemente sulla fronte, sorridendole - Lo vorrei anch'io amore. Ma sappiamo bene come il Capo e Poseidon avranno di certo una nuova Missione da assegnarci molto presto!

- Accidenti al lavoro! Non voglio tornarci sulla Terra! - esclamò lei, ridendo, - Dovrò anche sacrificare i miei piedini in quegli scomodi strumenti di tortura che laggiù chiamano scarpe!

Gabriel rise a sua volta, osservando le gambe perfette della sua Ondina. Poi assunse un'espressione pensosa.

- Ti manca la libertà di nuotare nell'Oceano con la tua pinna caudale? - chiese.

- Un po'... ma dovendo scegliere fra quella e l'amore, ho scelto la cosa a cui non avrei mai potuto rinunciare - rispose Grace sorridendo.

L'Angelo l'abbracciò teneramente, stringendola al petto.

- C'è una cosa che mi sono sempre chiesto, da quando ti ho conosciuta... tu sei l'unica Sirena che abbia mai rinunciato in parte alla sua natura marina?

Grace si accoccolò comodamente sul petto del suo Arcangelo, che la strinse in un tenero abbraccio. Quindi rispose:

- No - disse infine - non so di preciso quante, ma ce ne sono e ce ne sono state. E' molto nota la storia della prima, mia sorella Ariel, agli abitanti della Terra. Anche se nei secoli è stata colorita fino a diventare una favola, una bella favola.

- Ariel... Ariel... Parli proprio di quella favola!? Sei la sorella della Sirenetta!? - chiese Gabe spalancando gli occhi.

- Si, proprio lei! - confermò Grace ridendo - Anche Ariel rinunciò alla sua natura marina per amore... sarà mica genetico!? In quel caso Poseidon non fu così comprensivo come lo è stato con me, privandola di tutti i suoi poteri, quasi a voler punire quella ribellione. Però mio padre è una pasta... d'acciuga! - accompagnò quella battuta con una squillante risata divertita - Sapeva che già alla prima discendenza sarebbe mancata solo la pinna caudale, mentre avrebbe riavuto tutti gli altri poteri.

- Interessante... - commentò Gabe, riflettendo - ...prima discendenza... vuoi dire che tutt'oggi hai parenti con super-poteri in giro per il pianeta?

- Naturalmente. Ma la maggior parte non è comunque a conoscenza della propria natura speciale, perché solo bagnandosi nelle acque dove viveva Ariel riacquistano i poteri.

- E a quel punto diventano come te?

- Più o meno. Ma discendendo da una Sirena a cui erano stati tolti i poteri, le loro capacità sono molto blande, e non possono partecipare in prima persona alle Missioni, anche se collaborano in seconda linea. Credo Chuck sia uno di loro...

Gabriel sciolse il suo abbraccio e si alzò in piedi, andando verso il mare. L'Ondina lo seguì, mettendosi accanto a lui e stringendogli la mano.

- A che stai pensando? - gli chiese, vedendolo ammirare le acque con uno sguardo perso in chissà quali riflessioni.

- L'Oceano è molto più complesso del Cielo... - mormorò l'Arcangelo.

Lei gli carezzò il braccio, poggiando la testa sulla sua spalla. La brezza sottile e calda proveniente dal mare le scompigliava i lunghi capelli castani.

- ...Non di tanto... c'è sempre un punto all'orizzonte dove Cielo e Oceano si uniscono - disse la Sirena, fissando il mare.

 

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